Impresa non facile, quella di scrivere una recensione per questa opera manga; pure per uno come me, che è appassionato fan dell'intera saga, e che quindi un po' "mastica" le situazioni ed il linguaggio del fumetto, non è stato molto facile comprendere tutto.
Nulla si può dire sul disegno, ricchissimo di dettagli e curato in maniera maniacale dall'autore, veramente bellissimo (sempre che piaccia questo tipo di stile), ma per quanto riguarda la storia in se, mi sembra che Shirow si dilunghi un po' troppo in interminabili duelli cyber-informatici, zeppi di termini tecnici (con tanto di note esplicative ai margini, quando va bene), in una sorta di autocompiacimento, ed è piuttosto problematico seguire il filo conduttore, che comunque è piuttosto esile.
In effetti la prima cosa che mi viene in mente riguardo a questo manga, è un caleidoscopio: una girandola di immagini, colori e suggestioni che tendono un po' a soverchiare il lettore.
È comunque indispensabile, prima di leggere quest'opera, avere un minimo di dimestichezza con le tematiche Shirowiane e con il suo difficile, ma affascinante, mondo.
Quattro anni dopo la fusione del maggiore Motoko Kusanagi col marionettista, la nuova forma di vita nata da questo incontro ha avuto modo e modo di procreare, replicandosi ed apportando in se stesso sempre nuove differenze e qualità.
Quattro anni dopo le vicende della nona sezione faremo conoscenza di Motoko Aramaki, bella (grazie tante, ha il corpo fatto di metallo) dirigente di una potente multinazionale, alle prese con un ignoto nemico responsabile di aver distrutto uno degli impianti della ditta, per la precisione una “raffineria” di maiali geneticamente modificati per creare organi da trapiantare in esseri umani.
Dopo una serie di vicende e di scazzottate, Motoko scoprirà il responsabile del sabotaggio, che si rivelerà essere soltanto uno dei tasselli del mosaico, portando ad un finale a cavallo tra misticismo e filosofia.
Manmachine Interface potrebbe risultare, come del resto tutti i fumetti realizzati da Masamune Shirow, un po’ indigesto al lettore medio, per la sua complessità e scarsa comprensibilità. Questa volta la nona sezione, le tecniche di guerriglia urbana e le armi pesanti vengono lasciate da parte, per fare spazio al cyberspazio ed alle intelligenze artificiali. Gli unici personaggi onnipresenti sono infatti Motoko Aramaki, con la sua schiera di corpi artificiali localizzati in ogni dove, ed i software senzienti di supporto che la accompagnano in ogni momento, visualizzati da lei come dei pupazzetti molto carini. Intorno, almeno fino alla fine, tutto si fa labile, ed ogni personaggio risulta essere una comparsa, uno strumento da utilizzare o un obiettivo da raggiungere. La realtà risulta qualcosa di superato, quasi meno tangibile di tutto il resto: le distanze risultano annullate nel momento in cui il corpo è solo un mezzo comandabile a distanza, e gli oggetti non hanno valore quando la vita viene trascorsa nella rete.